
Riflettori puntati sui corporate bond . E su tutte quelle classi di emissioni «speciali», come le obbligazioni bancarie e le convertibili, che promettono cedole più elevate rispetto ai classici titoli di Stato. E capaci di spingere il rendimento medio di un portafoglio obbligazionario verso la soglia del 5%. Lisce
Le emissioni governative «lisce» — plain vanilla , come si usa dire nel linguaggio finanziario anglosassone — spuntano infatti rendimenti netti che vanno dal 2,88% del Btp quinquennale al 3,88% dell’emissione a dieci anni. Non è poi così poco, se si considera che il tasso di inflazione è sceso a giugno allo 0,5% su base annua (minimo assoluto dal 1968) e che nei paesi di Eurolandia la corsa dei prezzi è addirittura negativa, con un -0,1% registrato nell’ultima rilevazione. Ma di fronte all’incertezza del momento è giusto e ragionevole che i risparmiatori chiedano di più.
«Inserire in un portafoglio obbligazionario una quota significativa di corporate bond e di convertibili può portare il rendimento medio finale dal 3% di una gestione fatta solo con i titoli di Stato al 5% di un portafoglio che include anche i prestiti societari», sottolinea Jacopo Ceccatelli , partner di JC&Associati , società indipendente di consulenza all’investimento.
Ma qual è la giusta proporzione tra titoli governativi e obbligazioni societarie? Su questo punto essenziale la risposta varia a seconda della propensione all’incertezza dei singoli investitori. «In un portafoglio a reddito fisso di rischio medio la percentuale dei corporate bond potrebbe toccare il 30-35% del totale, e scendere al 20% nel caso di una gestione più prudente», afferma Antonino De Gaetani , gestore obbligazionario specializzato sulle emissioni societarie in Bnp Paribas Am . «In ogni caso è fondamentale selezionare bene gli emittenti», ricorda il gestore.
Tuttavia «anche la scelta dei settori riveste un ruolo cruciale», sottolinea Angelo Drusiani, specialista del mercato del reddito fisso in Albertini Syz sgr . La differenziazione delle possibilità di guadagno per il sottoscrittore è infatti molto ampia.
I corporate bond che offrono i rendimenti più generosi appartengono alla classe delle emissioni bancarie, un segmento in cui non è difficile individuare cedole superiori al 5-6% netto, a fronte tuttavia di un rischio di elevata volatilità delle quotazioni.
«Per quanto riguarda gli altri settori, sulle scadenze a 5-7 anni il differenziale di guadagno rispetto ai titoli di Stato può variare tra l’1 e il 3,5% sempre rimanendo nell’area dei titoli investment grade , emissioni teoricamente molto sicure», spiega Ceccatelli. Le cui preferenze corrono alle obbligazioni delle grandi telecom europee «in grado di pagare dal 3 al 4% in più rispetto ai titoli governativi, ma che possono essere considerate relativamente immuni dal rischio di un peggioramento della situazione macroeconomica generale».
Criteri
La prudenza è un criterio di scelta importante anche per De Gaetani che invece predilige «titoli a scadenza relativamente breve, con durata residua compresa fra i 2 e i 3 anni, come l’emissione con rimborso giugno 2012 di Imperial Tobacco, o il bond di Arcelor Mittal a scadenza giugno 2013, un rendimento del 6,7%».
Di fronte a una tale varietà di opzioni e di potenziali insidie vale il suggerimento di Gianluca Ferretti , direttore investimenti reddito fisso di Bipiemme Gestioni sgr secondo cui «una efficiente diversificazione del rischio è possibile soltanto attraverso la scelta dei fondi comuni specializzati sui titoli corporate visto che molte emissioni hanno tagli elevati, intorno ai 50.000 euro».
E lo stesso si può affermare per le ancora più redditizie — e volatili — obbligazioni convertibili (vedi altro articolo ), una delle classi di investimento che hanno realizzato i guadagni più corposi da inizio anno, con una performance media del 12%.
C'è infine il caso dei titoli indicizzati all’inflazione «che prudenzialmente potrebbero rappresentare il 10% di un portafoglio obbligazionario. Con la funzione di difendere i rendimenti futuri dal rischio, per adesso soltanto teorico, di una nuova fiammata inflazionistica», conclude Ceccatelli.